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The post Una spettacolare aurora boreale ha incantato i cieli del nord Europa appeared first on Aiace Press.
]]>L’evento, di cui scriveremo, che ha generato è stato definito uno dei più “violenti” degli ultimi anni; storicamente, esso aveva raggiunto il suo acme nel 1859 quando pare che l’aurora fu visibile anche da…Roma.
Cosa c’è di strano in questo? Vediamo di capire un po’ cosa sono questi fenomeni, dove e quando si manifestano.
Il motore primo del fenomeno aurorale è il nostro Sole, che genera un’intensa attività elettrica e magnetica durante la sua costante ed instancabile attività di enorme termoreattore nucleare. L’attività si manifesta sulla sua superficie sotto forma di macchie solari, brillamenti, protuberanze e le ormai famose CME (espulsioni di massa coronale).
Queste attività nel nostro Sole sono soggette ad un ciclo di 11 anni, nel quale la loro intensità varia da un massimo ad un minimo; l’ultimo ciclo ha avuto un suo picco nel 2012, per cui è facile arguire come in questo 2023 siamo di nuovo vicini ad una fase di picco di attività.
Le attività elettriche e magnetiche del Sole si traducono in una costante ed altalenante emissione di minuscole particelle cariche elettricamente ad alta energia, che noi definiamo “vento solare”; il vento, tuttavia, viene emesso dalla nostra stella in tutte le direzioni dello spazio, per cui la Terra risulta “spazzata” da queste tempeste elettriche, solo in minima parte, quando cioè il fenomeno di emissione di particelle dal Sole avviene nella direzione del nostro pianeta; quindi gli eventi geomagnetici estremi sono anche abbastanza rari per noi.
Ma come si difende la Terra da un bombardamento così intenso, che rischierebbe di “friggere” ogni forma di vita basata sul carbonio in essa esistente. Come ha potuto pertanto manifestarsi il miracolo della vita su di essa?
Casualmente ma fortunosamente o forse solo per “altre” cause, l’interno del nostro pianeta genera un potente campo magnetico che avvolge la Terra e “culla” ogni forma di vita in esso esistente. Il campo si presenta sotto forma di linee e fasce che avvolgono la Terra, con una simmetrica forma di “semigusci” che emergono dai poli N e S del nostro pianeta. Questo campo è lo stesso responsabile dell’orientamento di tutte le nostre bussole e che per secoli e millenni hanno aiutato marinai ed esploratori nella scoperta delle regioni più remote del pianeta.
La perfetta simmetria dei gusci del campo magnetico, tuttavia, subisce scossoni violenti ed un vero e proprio “schiacciamento” durante le più violente attività solari, descritte in precedenza. L’interazione del vento solare con il nostro campo magnetico genera le cosiddette fasce di Van Allen, lungo le quali la corsa delle particelle solari ad alta energia viene rallentata e deviata, attraverso le stesse, nella direzione dei poli magnetici della Terra.
E’ qui che il nostro scudo di protezione genera una piccola “defaillance”, creando due piccoli varchi, che hanno la forma di ovale, che circonda i poli magnetici della Terra, attraverso i quali alcune particelle riescono a penetrare lo scudo ed arrivano ad interagire con la nostra “alta atmosfera”.
E’ proprio l’interazione fisico-chimica del vento solare con i gas della nostra atmosfera che genera quelle fredde luci, a grande altitudine rispetto al suolo, ed alle latitudini che coincidono con l’ovale chiamato appunto “aurorale”: luci che noi chiamiamo aurore polari (boreali a nord ed australi a sud).
Va ricordato che gli ovali aurorali danzano ogni notte intorno ai poli magnetici, per cui i massimi di manifestazione delle “luci del nord” si hanno a latitudini più o meno corrispondenti con i circoli polari (Scandinavia, Canada, Russia), e non con i Poli veri e propri.
Nella foto che alleghiamo, relativa proprio all’attività degli ultimi giorni ripresa dalla Finlandia meridionale, i più attenti riconosceranno la costellazione dell’Orsa maggiore e la stella che indica il Nord (Polare).
L’attività del Sole degli ultimi giorni è stata classificata come G4 su una scala di 5, per cui ecco spiegate le epifanie a latitudini così basse.
Va ricordato che le “aurore” non sono gli unici effetti delle attività solari su quelle dell’uomo sulla Terra.
In funzione delle loro intensità vengono generate modificazioni della propagazione delle onde radio, correnti indotte a livello del suolo nei lunghi conduttori elettrici, possibili blackout elettrici, riduzione della funzionalità dei satelliti, compromissione della ricezione dei segnali dai satelliti GPS ed anche altro. Per cui anche se non “vediamo” le esplosioni solari con i nostri sensi, ne possiamo “sentire” gli effetti con le nostre strumentazioni nella vita di ogni giorno.
Esiste oggi una vera e propria scienza che studia la meteorologia spaziale (space weather), che provvede anche a previsioni di attività solare ed aurorale; questa scienza sta, per mero effetto collaterale, anche facilitando ed incrementando il crescente turismo astronomico o astrofotografico verso regioni della Terra una volta un po’ temute e dimenticate dal vasto pubblico.
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]]>La missione, che si concluderà il prossimo 11 dicembre con uno spettacolare splashdown nel Pacifico, ha superato diverse fasi complesse, tutte con successo, fino all’ultima avvenuta il 5 dicembre, verso le 18 ora italiana.
Tuttora la capsula Orion è ancora collegata con il “service module”, di costruzione europea, che consente il sostentamento umano all’interno della capsula, questa volta abitata solo da un manichino, un piccolo Snoopy e tanti sensori, e che permette spinte ed aggiustamenti di rotta successivi.
Dopo il primo citato fly by intorno alla Luna l’Orion, sfruttando la spinta gravitazionale del passaggio ravvicinato alla Luna, si è inserita in un’orbita “retrograda” e “distante”, il 25 novembre scorso. Cioè la capsula ha iniziato e compiuto un giro e mezzo intorno alla Luna, orbitando in senso contrario a quello in cui la Luna ruota attorno a se stessa ed alla Terra. L’orbita è definita “distante” in quanto Orion si è allontanata molto sia dalla Luna che dalla Terra, superando il record precedentemente posseduto da Apollo 13 (in quanto missione spaziale progettata per il sostentamento dell’uomo), costretta ad un rientro forzato ed anticipato sulla Terra, a seguito di un serio guasto al modulo di servizio nel 1970 (16.000 km dalla Luna), rinunciando all’allunaggio. Orion ha raggiunto infatti una distanza di oltre 69.000 km dalla Luna e 432.210 km dalla Terra il 28 novembre. Così facendo la capsula ha testato le attrezzature e le condizioni per una futura missione (Artemis II), nella quale vi saranno gli astronauti a bordo, sia per il loro sostentamento e sicurezza, sia per il mantenimento di una rotta che permette un grosso risparmio di carburante e anche il prossimo previsto allunaggio. Orion ha inoltre effettuato delle straordinarie riprese della capsula e della Luna e Terra vicine, utilizzando le telecamere (tipo Gopro modificate) presenti all’estremità dei quattro pannelli solari che le forniscono energia.
Nei giorni scorsi, inoltre, l’accensione programmata del motore del modulo europeo di servizio (giorno 1 dicembre) aveva consentito l’uscita della navetta dall’orbita retrograda, allo scopo di lanciarla nuovamente ad una distanza ravvicinata alla Luna per poter sfruttare quindi l’effetto fionda che riporterà Orion sulla Terra.
Il 5 dicembre, alle ore 17.44 (ora italiana) un’ultima accensione programmata del motore del modulo di servizio, durata circa 3 minuti, ha rilanciato come una palla da baseball la capsula Orion lungo una traiettoria di rientro verso la Terra. L’accensione, come durante il precedente fly by, è avvenuta quando la navetta sorvolava il lato nascosto della Luna, quando quindi nessun segnale radio poteva provenire a noi, né alcuna immagine. Il black out è durato circa 30 minuti, durante i quali la capsula si è nuovamente avvicinata al minimo della distanza dalla Luna, per sfruttare, oltre l’accensione programmata, anche la forza gravitazionale del nostro satellite, per inserirsi in un’orbita di rientro, come detto (foto).
Ma a cosa è servita questa missione infine?
Artemis I è il primo tassello di una complessa operazione che riporterà entro il 2026 forse, un uomo a camminare sulla Luna. In effetti si tratterà di una donna e di un astronauta di colore; tale scelta probabilmente consegue l’impegno profuso negli scorsi anni dal Presidente Obama, per la riproposizione e conseguente finanziamento delle missioni spaziali in direzione della Luna e poi verso Marte.
Ma non si tratterà della solita passeggiata lunare, tanto affascinante quanto apparentemente priva di significato per l’oberato contribuente americano. Questa volta, nelle successive fasi del progetto Artemis, si provvederà alla costruzione di una stazione orbitante stabilmente intorno alla Luna (Gateway), e che servirà da trampolino di lancio per gli allunaggi successivi; il modulo di allunaggio è stato dalla Nasa appaltato all’imprenditore Elon Musk, ed alla sua impresa aerospaziale Space X, che ancora non ne ha completato progettazione e costruzione. Per cui, in un prossimo futuro, memori delle visionarie previsioni del maestro Kubrik (2001 Odissea nello spazio), gli astronauti partiranno dalla Terra con razzi Artemis, raggiungeranno la Gateway orbitante intorno alla Luna con la capsula Orion, cambieranno mezzo come in un complesso interporto spaziale, ed alluneranno con il modulo Space X. Al rientro dalla Luna, i cosmonauti, faranno nuovamente il cambio di vettore al Gateway, rientrando sulla Terra utilizzando Orion e le sue capacità, che proprio la presente missione sta testando in tutte le sue complesse specifiche.
L’attività dell’uomo sulla Luna, inoltre, che utilizzerà tutta la complessa logistica descritta sinora, sarà volta alla costruzione di una o più basi lunari, che serviranno in un futuro meno prossimo, al prossimo balzo verso Marte, la cui data di realizzazione è ancora molto incerta da prevedere.
Riprendendo la mitologia greca per cui Artemide era sorella di Apollo, Artemis I rappresenterà un nuovo “enorme balzo” dell’uomo verso lo spazio profondo e la colonizzazione della Luna e di Marte, e darà un seguito ideale a quel “piccolo passo” compiuto da un uomo straordinario 54 anni orsono, grazie al programma Apollo.
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]]>Ma cosa sta succedendo in sintesi? Tanto se ne parla ma non tutto è così semplice né così chiaro per la maggior parte di noi profani che seguiamo l’ultima sfida della Nasa, qui dall’Italia.
Il 16 novembre scorso, finalmente, dopo diversi contrattempi e rinvii, ultima la tempesta tropicale “Nicole”, finalmente decollava dalla storica rampa 39-b (memore dei lanci Apollo) a Cape Canaveral (Florida) la missione Artemis I, che tanto sta facendo parlare di se. Ma in cosa questa missione differisce da tutte le altre che negli anni, dal lontano 1972, si sono ripetute ed hanno affollato le cosiddette “orbite basse” della nostra atmosfera, portando in orbita numerosi astronauti delle nazionalità più diverse, ed utilizzando vettori anch’essi ognuno diverso dall’altro.
Questa volta Artemis I punta molto più lontano, punta alla Luna, dopo esattamente 50 anni dall’ultima missione Apollo (la 17) che portò gli ultimi uomini a camminare sul nostro satellite.
Questa prima missione di Artemis non ha equipaggio umano, ma solo manichini debitamente attrezzati con tute spaziali e sofisticati sensori per raccogliere dati e preparare la prossima missione Artemis II, che riporterà l’uomo prima in orbita lunare e dopo, forse nel 2025, due esseri umani a camminare ancora una volta sulla superficie lunare.
Ma oggi dov’è Artemis I? E cosa sta facendo?
Il 21 novembre, la navetta, che si è liberata dei potenti razzi dopo il decollo, e di un modulo intermedio che l’ha spinta fino alla Luna, e che prende il nome di Orion, alle 13:47 ha raggiunto la minima distanza dalla Luna (circa 128 km), durante una manovra che viene definita fly-by, e che, a seguito di una nuova accensione del motore del modulo di comando che spinge Orion in questa fase, inserirà la navetta in una complicata Orbita Retrograda Distante intorno alla Luna per sei giorni.
Ma noi cosa abbiamo visto dalla Terra? Purtroppo finora praticamente nulla, nonostante le dirette che la Nasa propone periodicamente sul canale “Nasa Tv” e su You Tube, spiegando con molto dettaglio dal Controllo di Houston, tutte le manovre e le operazioni.
Nulla è stato possibile vedere in quanto la navetta Orion, prima della manovra di fly-by, alle 13:26 è transitata nella parte nascosta della Luna, e nessun segnale radio ne televisivo è riuscito più a raggiungere la Terra. Tutta la procedura pertanto è stata automatizzata, l’accensione, lo spegnimento del motore dopo 2’30’’, e la riuscita dell’operazione sono state confermate dai tecnici di Houston, solo dopo le 14:02, ora in cui la navetta è ritornata visibile dalla Terra; a quell’ora (italiana) i parametri di volo erano i seguenti:
distanza dalla Luna: 68 miglia (109 km);
velocità: 4.721 miglia/h (7.597 km/h);
distanza dalla Terra: 230.646 miglia (371.188 km);
tempo di missione: 5g 6h 14’.
Nei prossimi giorni ci aspettiamo di vedere le immagini del fly-by riprese dalle varie telecamere a bordo di Orion e che verranno trasmesse in differita al controllo di Houston.
Prima che Orion si nascondesse dietro la Luna e si perdesse ogni segnale radio, una delle telecamere impiantate all’estremità dei pannelli solari della navicella spaziale ha trasmesso in diretta una spettacolare immagine.
L’immagine è assolutamente autentica ed in essa è visibile a sinistra la navicella Orion illuminata dal sole da destra; quindi la Luna che occupa tutta la porzione di destra dell’immagine; e nello sfondo un piccolo “puntino blu”, rappresentato dalla Terra, che sta per nascondersi dietro la Luna, prima del black out radio.
Cosa ci si aspetta per i prossimi giorni di missione?
L’accensione effettuata durante il fly-by sfrutta la spinta gravitazionale della Luna per inserire Orion in un’orbita “retrograda”. In pratica il veicolo spaziale inizierà a girare in senso contrario alla rotazione della Luna. Orion raggiungerà una distanza di 64.000 km oltre la Luna, segnando un nuovo record rispetto al precedente di 16.000 km circa, che era stato raggiunto con Apollo 13, la missione che per un problema tecnico non poté compiere un allunaggio. Orion effettuerà un giro e mezzo intorno alla Luna, per poi dirigersi nuovamente verso la Terra. Proveremo a descrivere, nei prossimi giorni, le successive fasi della missione, che si completerà l’11 dicembre con uno splashdown nell’Oceano Pacifico, accennando anche alle vere finalità della missione, e fornendo altre specifiche tecniche relative al razzo Artemis I in tutta la sua completezza, ed alle modalità di decollo e messa in orbita”.
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